Felice Bertola: «Da un colpo sbagliato nacque il mio talento per la pallapugno»

Felice Bertola il Rivera dei campanili

«Nell’errore ho scoperto il mio talento. In una delle mie prime partite, ho colpito la palla su una parte del polso che non era quella su cui volevo atterrasse. Ho subito capito che in quell’errore si nascondeva il meraviglioso. Ho visto la palla prendere il volo con grande velocità e con un effetto che avrebbe trovato impreparato l’avversario. Mi è sembrata una magia». 

Così si racconta Felice Bertola, classe 1944, nella sua casa, circondato da sua moglie Lina, dai suoi amici, da foto di colpi epici e da trofei. 

Se lungo la strada per l’Alta Langa chiedi per Gottasecca tutti rispondono: «Ah! Da Felice», dando per scontato che la ricerca di questo paese con 150 abitanti coincida con quella del campione della Pallapugno. I muri delle piazze comunali che ospitavano le gare di ragazzini che sarebbero diventati atleti adulti, parlano ancora di loro forse ancor di più degli sferisteri costruiti per le gare.

Il pallone elastico da queste parti accende ricordi le cui discussioni non si possono considerare mai davvero concluse. Il campo di gioco del pallone elastico si presenta come una spianata di 90 metri circa di lunghezza e 16 di larghezza. Due squadre, formate da quattro giocatori (battitore, centrale o spalla, terzino al muro e terzino al largo), giocano la partita che si conclude quando una delle due formazioni raggiunge gli 11 giochi, composti da «15» come nel tennis (15-30-40- vantaggi-gioco). 

La palla di gomma, del peso di 190 grammi, è colpita con il pugno, protetto da una fasciatura e da una parte più resistente in cuoio, o comunque con l’avambraccio al volo o al primo rimbalzo. L’obiettivo del gioco è quello di far terminare la palla oltre la linea di fondo del campo avversario. 

Fuori dal teatro di gioco si gioca un’altra partita: la scommessa. La scommessa diventa parte integrante del gioco del pallone fin dal ‘700, quando il gioco d’azzardo era praticato da nobili e contadini in un’infinità incredibile di forme. 

Nelle piazze, nei bar, ovunque si accettavano scommesse. Con l’era degli sferisteri, con la singolare figura dell’impresario, la scommessa diventò una pratica sistematica di enorme successo. Nelle tasche dei pantaloni bianchi dei giocatori finivano le mance. 

Qualcuno racconta che Felice Bertola le aveva così capienti da contenerne una grande quantità. Il campione di Gottasecca le definisce fantasie, anche se il ghigno tradisce una qualche verità. «È come dice lui» — conferma Carlo Balocco, vincitore di due scudetti (1982 e 1985 a Santo Stefano Belbo). 

Oggi, superati i 60 anni, aiuta il figlio Diego nella gestione del bar Teresio ad Alba. Quando può, è tra gli spettatori che non mancano alle grandi sfide. L’appuntamento per far visita a Bertola è proprio al bar Teresio, dove Bruno Ceretto, l’ottantatrenne produttore di vino, fa colazione al mattino. «Ho scelto questo bar, perché è in periferia. È qui che pulsa la vita e qui ho trovato il mio nuovo centro». Si parte per 45 minuti di strada. Alba, poi Ricca, Benevello, Ponte Belbo, Cravanzana, Torre Bormida, Gorzegno, Monesiglio, Camerana e infine Gottasecca. In via Lavina ad attenderci c’è lui. Mascherina d’obbligo e sguardo rivolto sulle Alpi che fanno da cornice al paesaggio. «Poi mi chiedono perché sto qui. Guardate che spettacolo. Dal Pizzo d’Ormea si vede il mare della Liguria». 

Le tante foto sulle pareti ricordano una gioventù di sfide e di vita. 

Non è Felice Bertola a mostrarle, ma la moglie Lina. Rivolta al marito dice: «Ti perdono tutto quello che mi hai combinato, perché eri davvero un figo». Le storie si confondono tra i ricordi di Bertola e Balocco. Le mitiche sfide con Massimo Berruti. A fare la differenza — interviene Balocco — per Bertola è stato l’allenamento. Tutti oggi ammirano la precisione della preparazione atletica di Cristiano Rolando, ma vi assicuro che Felice non era da meno. «Per noi Felice Bertola è sempre stato un riferimento. In punto di morte mio padre ha chiesto di poterlo incontrare un’ultima volta. Tempo di chiederglielo e lui era già lì», racconta Ceretto. Storie d’altri tempi si direbbe, ma chi vive qui sa che la tradizione continua, come dimostra quel bambino che corre dietro a una palla in via Lavina, andata persa dal campo che sta giusto sopra la casa del campione.

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