Dai campi di tamburello all'incubo Coronavirus: "È come se fossi rinato"

Edoardo Facchetti è tornato a sorridere: brescianio doc compirà 60 anni a settembre
EDOARDO FACCHETTI Il presidente della Federazione racconta la sua odissea di malato all'ospedale di Brescia.
Mi hanno aiutato molto il mio passato sportivo e il calore di tanti, a cominciare da Giovanni Malagò.
Il ritorno a casa da mia moglie e dalle mie due figlie il torfeo più grande della mia carriera.

Pesavo 96 chili e ne ho persi 12: per un mese sono sono stato in bilico, sospeso su quel filo sottile che separa la malattia dal baratro del nulla. Ho visto morire tanta gente ricoverata con me all'ospedale S. Anna di Brescia. Tutti contagiati dal maledetto coronavirus. Mi hanno salvato la fortuna, l'affetto della mia famiglia, quello di tanti colleghi di lavoro, il tifo di centinaia di amici tamburellisti. E il lavoro straordinario di medici e infermieri. Se sono tornato a casa, nel mio paese , Castel Mella, alle porte di Brescia, da mia moglie Rosaria e dalle figlie Greta e Jessica, è grazie a loro». Edoardo (Edo) Facchetti è il presidente, bresciano doc con lavoro (agenzia assicurativa Alleanza, Gruppo Generali a Treviglio, nel Bergamasco, la terra che ha dato i natali al suo illustre cugino, Giacinto, campionissimo dell'Inter e della Nazionale) della Federazione italiana palla tamburello. Più che una Federazione, una grande comunità. Che ha sostenuto il presidente nella sua partita più difficile.
Facchetti, lei ha manifestato i primi segni del contagio verso il 6-7 marzo. E poi?
«E poi la febbre, le difficoltà a respirare, un primo ricovero con una cura antibiotica. Le dimissioni, il ritorno a casa, il peggioramento. E le mie donne che hanno capito che dovevo tornare in ospedale. Poi il trasporto su un'ambulanza attrezzata a mezzanotte. Tre ore di attesa in coda, dietro ad altre autolettighe con malati come me. E due settimane di nuovo ricovero: curato con cortisone e Rocefin, un potente antibiotico. Avevo l'ossigeno, però non la "maschera" di quelli più gravi. Ma stavo male. Dopo la prima settimana non miglioravo e non peggioravo. Una dottoressa mi ha guardato negli occhi, dal suo scafandro e mi ha detto: "Deve darsi una mossa, provare ad aiutarci. Altrimenti non se ne esce da questa situazione"».
E lei?
«Mi ha aiutato il mio passato di sportivo. Ho capito che era il momento di provare decongestionare i polmoni, anche a letto. Bastava cambiare faticosamente posizione. Un po' alla volta il fisico ha reagito. Dopo una settimana mi hanno dimesso».
Il ritorno a casa?
«Come rinascere. E l'abbraccio con moglie e figlie la vittoria più bella della mia carriera. Un'esperienza che mi ha cambiato, credo, spero, in meglio».
Tanta solidarietà...
«Tantissimi messaggi. Una valanga. ringrazio tutti».
Le ha scritto anche il presidente del Coni,. Giovanni Malagò.
«Ho stabilito un record che spero non venga uguagliato: l'unico presidente di una Federazione col contagio. E Malagò ha dimostrato anche con me di essere un uomo sraordinario, prima che un grande presidente del Coni. Una vicinanza la sua che mi ha dato una carica incredibile».
E il tamburello?
«Il segretario generale Fipt, Maurizio Pegora, mi ha supportato durante questa assenza forzata, sia operativamente che con un sostegno costante. Un amico vero, prima che un collaboratore insostituibile».
Che cosa le lascia questa esperienza?
«Che non bisogna mai mollare, crederci sempre. E che i rapporti umani vengono prima di tutto e sopra tutto».
La stagione del tamburello quando riprenderà?
«Quando ci saranno le condizioni per giocare. La salute è più importante di qualsiasi vittoria, di un "15", di un gioco. E' la vita che conta: e va vissuta con onore, come fanno medici e infermieri che rischiano ogni giorno la loro di vita e che mi hanno consentito di tornare a casa. Guarito» 

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