Rivive a Mantova il mito del Goito e di "Mara" che fece rinascere il tamburello monferrino

Marino Marzocchi “Mara”

Oggi un convegno per celebrare il fuoriclasse e il suo squadrone

A volte i miti ritornano. Da un tempo lontano: come quello del mantovano Marino Marzocchi, detto «Mara» (1925-2005), da Castel Goffredo, forse il più grande tamburellista di sempre, anche se i paragoni sono impossibili e altri hanno vinto più dei suoi scudetti. Ma Mara seppe unire come nessuno i due poli del tamburello, quello lombardo-veneto e quello monferrino, conquistando a Torino (con la Fiat: 1960 in cui militavano anche i portacomaresi Celeste Ponzone e Aldo Calosso «Canunet») il sesto e ultimo Tricolore della carriera.
E, inaugurando, proprio dalla città della Mole una lunghissima stagione agonistica piemontese. Quasi, anzi certamente, una seconda vita, non solo sportiva. A lui e a Oscar Bonasso (Murisengo) si deve tra l'altro la rinascita del (primo) torneo monferrino, che fece registrare alcune tra le più alte punte di spettatori della storia di questo sport. Di Mara e della sua epica si parlerà oggi alle 18 a Mantova (salone del Coni, via Tassoni), rimandando alla leggenda della Carpani Goito, a 60 dallo scudetto 1959, di cui il cavaliere errante venuto Castel Goffredo fu, ovviamente, tra i protagonisti. E, in una bellissima rievocazione (che adesso va di moda chiamare storytelling) sul sito del «Tambass», Enzo Cartapati, presidente del comitato regionale lombardo della Federazione tamburello e appassionato cultore della materia, ripercorre quell'epopea, a cominciare da quando si giocava in quattro su campi di dimensioni mastodontiche (20 metri di larghezza per 125 di lunghezza: gli attuali sono 20x80 con 5 giocatori per squadra) e tratteggiando quell'incomparabile mattatore che fu Mara, giocatore vero (anche carte, biliardo, cavalli) prima ancora che campionissimo. A Goito, in quegli anni, lo sferisterio era aperto al tamburello e pure al pallone elastico (balòn). Si giocava tra le strade, le piazze. Nel tambass come nel balon: nel Mantovano come in Langa e Monferrato. I talenti sbocciavano per selezione naturale. E, certamente, quello di Mara fu stupefacente, con e senza i muri di appoggio, fino a mettere a profitto le sue doti anche alla «pelota», nel chiuso di sferisteri in cui si giocava solo per la scommessa. Di quegli anni il memorabile impianto di via Napione a Torino fu l'inevitabile anello di (ri)congiunzione per i (tanti) devoti degli sferisteri. Un'altra epoca, altri mondi. Ma, anche per questo, l'evento amarcord di oggi a Mantova riaccende la scintilla del rimpianto in quelli che furono «suiveurs» del fenomeno: allora magari appena adolescenti e altri (ormai rarissimi) che condivisero con Mara e i suoi rivali infinite scorribande tra sfide e osterie. In fondo, quello di oggi, in terra virgiliana, è un omaggio al tempo perduto. Che lascia il passo alle suggestioni di una bellissima, remota giovinezza. 

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