Balon e pittura, la doppia vita di Berruti

Protagonista di sfide epiche con Bertola, guerriero nella vita affrontata dempre da campione

Lo studio di pittura di Massimo Berruti si trova nel centro storico di Canelli, la città dove è nata l'«arte della bollicina», la città dei Gancia, dei Contratto, dei Bocchino. La sua casa studio è un perfetto Liberty, un'alcova dove nascono dipinti così perfetti e sensazionali che si potrebbero definire fotografie fatte senza macchina fotografica. Un lavoro al quale soltanto l'artista sa pesare e dare un significato, opere difficili che realizza con facilità e predisposizione. Massimo nasce a Rocchetta Palafea nel 1948, il padre maestro di scuola elementare e giocatore di pallone, la madre casalinga. Massimo racconta che fa parte della quinta generazione di giocatori di balon, ha vissuto la sua infanzia vedendo scorrere il pallone a destra e a manca: «Giocavamo ovunque». A dodici anni inizia a correre fra un torneo e l'altro, faceva anche venti partite al mese, si spostavano con una giardinetta sulla quale «ci stavano anche dodici persone, schiacciate bene»; era l'unico mezzo che gli permetteva di spostarsi per le partite: «Eravamo felici - racconta -, di una felicità che oggi abbiamo disimparato a riconoscere».
«Ho vinto molto, ho avuto molte soddisfazioni, gare straordinarie e "dopo-gara" in amicizia e allegria», parole di Massimo Berruti. «All'età di diciotto anni passai in serie A con Beppe Corino. Stavo molto tempo in palestra, avevo un fisico mastodontico, ero uno dei pochi che aveva una buona preparazione atletica: mi allenavo con i pesi. Mi definisco un "guerriero" per come sono stato obbligato ad affrontare la vita e la sfortuna - racconta - uno che non cede mai nemmeno davanti al dolore e alla sofferenza. Sono pronto a tutto nella vita pur di vincere le avversità. Io non mi difendo, io attacco, è il segreto che mi ha fatto superare delle battaglie che potevano condizionare la mia vita. Forse sono l'unico mancino che ha dovuto cambiare mano, sia per giocare che per disegnare. Affronto la vita con grande ottimismo e grande determinazione». 
L'atleta «risorto»
Quella di Massimo sui campi da gioco per molti versi si potrebbe definire una «resurrezione»: la trombosi ha più volte tentato di fermarlo, ma ogni volta la sua grande forza di volontà ha vinto, macinando tornei anche quando sarebbe stato impossibile farlo. Un campione che esaltava il pubblico, oggi un pittore ambìto dai critici e dalle gallerie, una doppia vita che aveva delle analogie sul campo e fuori. Racconta che, quando batteva il pallone e lo vedeva salire in cielo, lo immaginava come fosse un pennello che salendo lacerava il cielo e poi abbassandosi tracciava lungo la muraglia dei segni informali come su una tela. «Un quadro perfetto, era la mia immaginazione che si mescolava al gioco, due passioni che trovavano la stessa strada». Parla della sua pittura con gli occhi che brillano, prova un amore viscerale per le sue opere che nascono lentamente e si materializzano come creature divine. «So che tra lo sferisterio e una galleria c'è molta differenza, ma io sono riuscito a non attorcigliare i due mondi, le mie esposizioni le ho sempre fatte lontano da casa. In casa avevo l'amore di mia moglie Francesca e di mio figlio Dario, dei miei fan molto numerosi amanti della mia fascia e della mia potenza».
Quelle sfide con Bertola
Degli incontri Bertola-Berruti ha dei ricordi commoventi, un momento sentimentale che con il tempo si è incrementato: «Siamo grandi amici - svela - abbiamo calcato le arene insieme, abbiamo combattuto lealmente e ci siamo voluti bene. Il pallone ha una grande dote, l'amicizia e i ricordi». 
Canelli e Van Gogh
Il racconto prosegue: «Amo la filosofia e grazie a questa disciplina sono riuscito a superare molti ostacoli e a capire tanto dei segreti della vita. La filosofia ci fa guardare lontano, è come vedere il pallone che vola disintegrarsi con l'immaginazione o un quadro che concretizza la sua forza. Il mio rapporto con l'arte è di grande serenità ed è dovuto all'amore che provo per il mio paese, per la semplicità dei luoghi, lavoro sapendo che intorno trovo gli ingredienti giusti. Penso che si è grandi quando si sa rimanere piccoli. Quando mi dicono cosa ci fa Berutti a Canelli? Io rispondo: ci faccio quello che non farei se fossi in altri luoghi preso tra ansia e caos. Fra i pittori che amo c'è Lucian Freud, Emilio Scanavino, Van Gogh». 
Naturalmente nel profondo del suo cuore resta il pallone: «La mia vita da quando ero piccolo ad oggi è stata quella corsa infinita negli sferisteri, ho praticato molti altri sport, dal calcio, al tennistavolo, ai mille e ai cento metri, ma posso dire che il pallone elastico ha dentro la sua sostanza tutti i valori di un piccolo paese, quello che non si potrebbe trovare altrove». 
Genuinità e purezza
L'incontro con Massimo Berruti campione è un incontro che arricchisce un viaggio culturale che mette lo sport, la pittura e la filosofia su uno stesso piano, dipende da come tutto ciò viene abbellito. Massimo ha saputo alzare i valori della vita sul punto più fondamentale: la genuinità e la purezza e la capacità di non arrendersi mai. 

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