50 Special - primo tricolore del Castell'Alfero

 
11 Ottobre 1970 - 11 Ottobre 2020 Anniversario del primo Scudetto tricolore del Castell’Alfero
con un Tributo su La Stampa si festeggia a distanza l'epica impresa della formazione del patron Sandro Vigna

Un eco di un successo senza tempo (di Luigi Musso)

Cinquant’anni sono arrivati anche per il primo titolo del Castell’Alfero poi bissato nel 1972 e replicato pure tra i bastioni con la doppietta del 2005-6 col medesimo comune denominatore del patron Sandro Vigna e del fuoriclasse Aldo “Cerot” Marello. Essendo praticamente coetanei di quel successo che per ovvie ragioni non ho potuto vedere di persona lo porto orgogliosamente  nel cuore avendo gioito dei trionfi con le preziose testimonianze orali dei protagonisti di quell’impresa che legò per sempre un paese ai suoi eroi. In tutti questi anni è sempre rimasta intatta l’emozione di poter ascoltare episodi spesso passati da cronaca a leggenda di successi, di situazioni in cui al centro vi erano sempre persone o gesta non replicabili di un tempo quasi perduto di una comunità che non chiedeva niente di meglio di identificarsi in un progetto sportivo tramandato ai posteri essendo vanto di un mondo antico ma inclusivo facendo sentire tutti spettatori di un cast di attori irripetibili sotto l’abile regia di Sandro Vigna. In un tempo in cui tutto si consuma e si dimentica emerge la grandezza di questi cari amici che hanno rivoluzionato lo spirito di fare sport condividendo i momenti festosi e le difficoltà con i tifosi. L’amarezza più grande in questo particolare momento di distanziamento e dolore è di non potere celebrare la ricorrenza alla loro maniera.

Non manca un po' di delusione per la festa canonica e tradizionale mancata se ne riparlerà tra due anni per celebrare il secondo titolo ammette uno sconsolato Aldo Marello. In effetti tutto era pronto per una grande festa diffusa organizzata dalla società presieduta da Matteo Barbero con nella maglia il logo della ricorrenza. Da quella buona semina oggi era in programma una non stop alla Bombonera con i vari protagonisti che si sono succeduti nelle varie società con fortune alterne ma una voglia intatta di portare avanti la tradizione naturalmente con gli eroi festeggiati in prima fila ed invitati d'onore gli appassionati alferesi che non hanno lesinato impegno e passione. Il tutto condito da aneddoti e convivialità.

A margine doveva esserci l'inaugurazione della nuova mostra fotografica Emozione tambass con il tridente Giuseppe Prosio, Sergio Miglietta e Pier Giuseppe Bollo. Proprio di quest'ultimo i pannelli raffiguranti le sfide a libero dei mitici anni '70. L'inaugurazione nei paesi vocati è prevista a Calliano il 7-8 novembre prima dell'antreprima a fine ottobre al Diavolo Rosso di Asti


S.V.A.B. Castell’Alfero: cinquant’anni fa uno scudetto memorabile

IMPRESA DECISIVA NELLA MITICA “CORTE DEI SALVI” (di Max Elia - La nuova provincia - Asti)

“il fuoco brucia, il camino fuma ma ai Salvi non si consuma” 

Il tempo ha galoppato in fretta, troppo in fretta, e cinquant’anni se ne sono andati velocissimi. Esattamente mezzo secolo fa una squadra astigiana, la S.V.A.B. di Castell’Alfero, nata grazie alla lungimiranza, alla disponibilità economica e alla oculatissime scelte di Sandro Vigna, personaggio a detta di molti ineguagliabile

Grazie a lui il quintetto alferese conquistò il titolo italiano di tamburello nel “libero”. Vincere uno scudetto all’epoca significava aver compiuto un’impresa di valore assoluto. E quel magico Castell’Alfero scrisse nel 1970 una pagina memorabile nella storia della disciplina compiendo un autentico miracolo nel match decisivo in terra veronese disputato nella mitica Corte dei Salvi, una sorta di fortino pressoché inespugnabile.

Sandro Vigna che di quella compagine era il “deus ex machina” (presidente, sponsor e allenatore) si affidò ad Angelo “John” Uva, Aldo “Cerot” Marello, Mario Riva, Armando Pentore, Luigi Casalone e Giuseppe Caldera. Contro il quintetto guidato dallo straordinario “Tore” Biasi, uno dei più grandi di sempre della specialità, al cospetto di un foltissimo pubblico, la squadra di Vigna non vacillò, chiudendo come meglio non avrebbe potuto un’annata travolgente.

La notizia del trionfo e della conseguente conquista dello scudetto ben presto giunse telefonicamente a Castell’Alfero e il parroco, Don Gagliardi, da poco tempo arrivato in paese, fece suonare ininterrottamente finché gli “eroi” non completarono il loro viaggio di rientro in pullman. Ad accoglierli un migliaio di persone festanti, una situazione impensabile fino ad appena qualche anno prima...

L’esplosione della disciplina tamburellistica nei nostri paesi, le sfide nelle piazze sotto muri storici ridiedero fiato e vigore ad uno sport che fece rinascere nella nostra provincia  sane (anche se “caldissime”) rivalità di campanile, spronando nel contempo un personaggio come Vigna a fare un passo in più e ad andare a caccia della supremazia non solo a livello regionale ma addirittura nazionale. Arrivò poi il titolo del 1972, sempre “targato” S.V.A.B.  e con gli stessi interpreti, precedente di un paio d’anni soltanto di un altro titolo tricolore, questa volta colto da un quintertto, il Viarigi, che vantava nelle proprie file due “stranieri” del calibro di Tommasi e Policante. 

La ricorrenza dei cinquant’anni dalla conquista del titolo da parte del Castell’Alfero avrebbe meritato una celebrazione adeguata, ma purtroppo la situazione emergenziale che stiamo vivendo e dalla quale fatichiamo terribilmente ad uscire, ha impedito l’organizzazione di una rimpatriata in grande stile. Il ricordo di quanto accadde è però patrimonio vivo prezioso. Viviamo in un’epoca in cui molti valori vanno perdendosi e i rapporti interpersonali sono diventati via via sempre più freddi e distaccati.

Un tempo, pur disponendo di molto meno, ci si divertiva maggiormente e ad entusiasmarci erano le gesta di atleti della nostra terra che dobbiamo custodire e preservare con cura. 


 

50 anni fa il nostro Cerot vinceva il Campionato Italiano di tamburello: "Fiero di essere come sono!" l'intervista di Elisabetta Testa (la voce di Asti.it)

Verona, 11 ottobre 1970, la SVAB di Castell'Alfero si gioca tutto nella partita della vita. I ricordi dell'amico Aldo Marello, così lontani ma staordinariamente vicini e il sogno di poter festeggiare senza il Covid il prossimo anniversario, nel 2022

Sono passati 50 anni. Tante cose sono cambiate da quel lontano 11 ottobre 1970. La società, il mondo dello sport, abitudini che sembravano consolidate, modi di fare e di vivere. Eppure, nonostante il tempo sia passato in un lampo, le memorie restano vivide. Non si può dimenticare che quel giorno il mondo dello sport, soprattutto astigiano, si trovò di fronte a un bivio. Una sola partita, per cambiare tutto. E sì, quel giorno qualcosa cambiò. Il nostro Aldo Cerot Marello fu Campione d'Italia, insieme a una squadra unica, tutta da scoprire. 

Come nelle migliori storie, però, è meglio far parlare il protagonista. 

Cerot, cosa successe in quell'11 ottobre di 50 anni fa?

Successe che la SVAB di Castell'Alfero vinse il Girone finale di tamburello sconfiggendo in casa loro lo squadrone del Salvi di San Massimo di Verona, imbattuto da anni. Nonostante le streghe e le profezie dei tanti tifosi, sopratutto del Nord-Italia ci dessero sconfitti, in quel caldo pomeriggio, nonostante l'autunno inoltrato, contro ogni pronostico, riuscimmo a contrastare gli avversari e vincere meritatamente quella partita che, a mio parere, cambiò il corso del tamburello. 

E quella partita, i tifosi e le reazioni delle panchine? 

Nonostante gli anni trascorsi, ricordo ancora bene l'andazzo della gara che ci vide in difficoltà per gran parte della sfida. Il loro campo - o meglio la loro aia - aveva una parte controsole che sfruttavano a loro piacimento ma Sandro Vigna, coach e Presidente, a metà gara permise di rovesciare l'andazzo della gara spostandomi a fondo campo e grazie alla mia velocità di spostamento riuscimmo a recuperare due giochi su tre, grazie alle mie rimesse al "salto" che bastarono per superare e poi vincere quando fummo noi in posizione favorevole. 

Al fischio finale successe di tutto: gioia, pacche sulle spalle, gente che piangeva, tifosi che ballavano sul campo; insomma qualcosa di mai visto nel variegato mondo tamburellistico. Devo aggiungere che noi avevamo preparato bene la partita, perché fummo capaci di creare un'atmosfera positiva: partimmo al sabato sera, il Presidente ci condusse nel miglior albergo di Verona, dotato di ogni confort. Eravamo consci che quella dell'indomani sarebbe stata la "partita" della vita, da vincere ad ogni costo. 

poi il ritorno a casa...

Dopo la partita, naturalmente, scaricammo tutta lo "stress" accumulato durante la settimana in laute libagioni, che prima del ritorno ci aiutarono a entrare nella normalità. Ripartimmo per Castell'Alfero "all'ora beata" e giungemmo in paese a tarda notte dove sulla piazza si erano radunate centinaia di tifosi, molti venuti dai paesi vicini, per non perdere neppur un attimo dei festeggiamenti già tramandati alla storia. Il parroco don Gagliardi, deceduto pochi mesi fa, pur essendo da poco tempo in paese, si adeguò all'avvenimento e fece suonare le campane fino all'arrivo del pullman: saluti, applausi, strette di mano e pianti. In fondo eravamo nel mondo degli eroi e gli avvenimenti di quella notte andarono di molto fuori dalla realtà.

Chi erano i tuoi compagni d'avventura? 

Ne parlo con gioia immensa, anche perché siamo ancora vivi, nonostante la differenza di età tra me e gli altri. Angelo Uva, di Gabiano, rimettitore principe, uomo di pochi falli e di sana arguzia popolare,  Armando Pentore, battitore d'altri tempi, dove furia e forza pura si univano in un rapporto non facilmente identificabile, Mario Riva, veneto di Breonio, ma da anni "piemontese" scala FIAT: intelligenza pura,  Luigi Casalone, mancino, ponderato, killer non appena la pallina arrivava dalle sue parti. E alla fine c'ero io, il più giovane di molti anni che Sandro Vigna volle al suo fianco per "armonizzare" l'orchestra (così di dice in termine Jazzistico), l' estro, la volontà e la capacità dei singoli ma sopratutto per dare la carica agonistica dall'alto dei miei 21 anni. Le riserve erano Raviola, già mancato da anni e Giuseppe Caldera, tuttora in vita. Non mi resta che citare Sandro Vigna, il nostro "tuttofare" del quale si dice in modo molto confidenziale "che lui sta già tornando quando gli altri partono". Ogni commento sarebbe inutile!

Cosa resta oggi di quell'avvenimento?

Penso che rimanga ancora molto di quell'impresa alla luce dell'impegno che il paese ha profuso per ricordare ancora oggi quell'avvenimento: purtroppo, il Covid, ci ha "consigliato" di soprassedere. Un vero peccato ma, come si dice, "contro la forza la ragion non vale". Si potrà ritentare fra due anni quando a Castell'Alfero, 1972, ritornerà un altro titolo Italiano. Da parte mia, da allora sono sempre stato "simpaticamente" adottato dai Salvi che ancora oggi, a distanza di anni, mi invitano ad un Memorial dedicato a Bertagnoli, detto il "Bomba" uno dei principali responsabili del rinnovato "Salvi" dopo un periodo di oscurantismo. E ho deciso di trasfomare in positivo un detto di quelli zone "Il fuoco brucia ma il Castell'Alfero non si consuma". Fiero di essere come sono! 


1969 - 1974 FORMIDABILI QUEGLI ANNI

(da Marco Giorcelli “100 anni sport in Monferrato”)

L’entusiasmo di quegli anni è talmente alto che i confini del Monferrato non bastano più. Nella corsa al successo, campanile contro campanile, si apre la strada al professionismo, con ingaggi sempre più alti, pescando sempre di più - a volte persino un po’ a casaccio - in Veneto. Si rinuncia ai campi a muro pur di poter competere nel campionato di serie A: le primevdue del girone piemontese si giocheranno lo scudetto con le finaliste del lombardo-veneto (già nel 1968 c’è stata la sfida incrociata sul campo di Codana: scudetto ai veronesi del Salvi). E il torneo 1969 fa registrare nuovi record di pubblico. Il Cerrina di Besso e Barlottini e il Cerrina Valle di Policante e Riolfi perdono contatto con le prime, alla penultima giornata il Codana di Mara ha un punto di vantaggio sulla coppia Castell’Alfero-Murisengo, ma perde per 19-17 proprio sul campo degli alferesi e viene scavalcato.

Il Castell’Alfero si aggiudica il titolo del Monferrato piegando nel doppio spareggio il Murisengo, che cade in casa 10-19 davanti a 3000 spettatori e non riesce a ribaltare la situazione pur vincendo 19-16 nel ritorno. La formazione valcerrinese si rifà con gli interessi nella finale nazionale con le veronesi Salvi, campione d’Italia in carica da due anni, e Belladelli di Quaderni (sei titoli consecutivi dal ’61 al ’66). E’ straordinaria l’impresa del Murisengo sponsorizzata Saf, che trova nelle finali l’apice del rendimento e riesce a riportare il titolo in Piemonte nove anni dopo il Fiat Torino (Mara, Bovi, Riva, Cagni, Calosso). Decisiva è la vittoria per 19-17 sul campo del Balladelli, dopo una gara così emozionante che alla fine Oscar Bonasso accusa un malore.Il trionfo è firmato dal mantovano Bovi e da quattro veneti: il leader Perina (per il cui riscatto il presidente mecenate Cassolino ha sborsato un milione, oltre ai quattro spesi per sistemare lo sferisterio), Ferrari, Franco e Paolo Scattolini, padre e figlio. A tutti e cinque viene attribuita la cittadinanza onoraria di Murisengo.

Nel 1970 a giocarsi lo scudetto sono le stesse quattro dell’anno precedente. Nel girone del Monferrato il Murisengo vince sul proprio campo (19-17) con i soliti rivali alferesi che però alla fine tagliano per primi il traguardo. Nella fase finale, i valcerrinesi stavolta partono male con le venete e sono subito fuori dalla lotta per lo scudetto che resta però in Piemonte a Castell’Alfero: la squadra di Cerot rivincerà lo scudetto nel 1972, dopo la parentesi (1971) dei mantovani del Marmirolo guidati dal talento emergente Renzo Tommasi (classe 1950, un altro dei grandissimi: a lungo capitano della Nazionale, concluderà la carriera con 20 scudetti vinti). Il Cerrina è due volte secondo nel girone piemontese e dunque due volte finalista, nel ‘71e nel ’72.

Nel 1973 - l’anno del campo accorciato a 80 metri per rendere il gioco più veloce e spettacolare - sbarca nel torneo piemontese proprio Tommasi, il colpo grosso è del Viarigi. Ma c’è anche il Murisengo del presidente Pericle Lavazza e del vice Dialto che ripete la grande impresa di quattro anni prima, stavolta con Roberto Malpetti, il fortissimo battitore bresciano Franco Reccagni, Pio Conati, i due Riolfi Adolfoe Lino. Il girone finale è equilibratissimo: dopo quattro turni Murisengo, Salvi, Viarigi e Francavilla sono tutte a quota 6. Il cewscendo finale è dei monferrini dopo la vittoria sul campo dei Salvi c’è il secondo svenimento di Oscar Bonasso, sempre per la tensione della gara. E’mil preludio al secondo scudetto: la stagione finisce con i tifosi del Murisengo che portano fiori al patrono San Rocco (Ci avete dati per spacciati...).

Lo scudetto del 1974 chiude il grande ciclo delle piemontesi. Lo vince il Viarigi che ingaggia anche Cerot Marello con Renzo Tommasi, Luciano Policante, Attilio ed Emilio Basso. Poi dopo i quattro titoli del San Floriano bisognerà aspettare il 1979 per assistere al trionfo dell’Ovada di Cerot, Franco Capusso e Beppe Bonanate (appena prelevati dalla Mossano Casale), Piero Chiesa, Paolo Scattolini e Chicco Arata.

Dal 1975 viene varato il girone unico nazionale, su modello del calcio: i costi aumentano ancora (il Viarigi tricolore rinuncia alla serie A) e l’interesse cala perché vengono meno tante sfide da campanile.

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