L'anno orribile degli sferisteri e l'incerto futuro di balòn e tambass

in foto Massimo Vacchetto e Bruno Campagno.

Lo stop forzato, causa covid, ha accentuato la crisi di due grandi sport della tradizione.

Lontani i tempi in cui le due discipline facevano il pieno di spettatori. La fine del mondo contadino ha decretato l'inizio di un lungo declino.

Se domani sera il gran Consiglio del balòn dovesse decretare (come appare probabile) la rinuncia di Spigno alla serie A pallonistica nel 2021, con l'altrettanto presumibile e auspicato - da tanti - «ripescaggio» dell'Albese guidata da Bruno Campagno, si combinerebbero, in un colpo solo, due elementi univoci e contrari: la «geografia» delle società nella pallapugno che conta, vedrebbe una volta di più completarsi la progressiva «cuneesizzazione» di uno sport, che ormai fuori dalla Provincia Granda sarebbe rappresentato solo da una squadra astigiana (Castagnole Lanze) e dall'Imperiese (tanto per mantenere una «bandierina» in una terra, la Liguria, una volta votata a questo sport). D'altro canto il ritorno di Alba al Mermet dovrebbe ridare (si spera) un po' di vigore all'entusiasmo per una disciplina che la Superlega (a porte chiuse) è appena riuscita a tenere vivo in questo «orribile» 2020.
Peggio ancora se la passa il tamburello (versione open, cioè a campo libero) o il tambass (variante a muro) che non ha avuto quest'anno alcun campionato, causa covid ovviamente.
E, curiosamente, proprio l'Astigiano si pone, territorialmente, un po' al centro del sistema, con le due uniche realtà (balòn e tambass appunto) che convivono, sia pure in zone opposte della provincia: al «Nord» il tamburello, muro in primis e al «Sud» (oltre Tanaro) il balòn. Lontani anni luce, comuque, per entrambi gli sport cugini, i favolosi tempi dei pienoni (Anni '70-'80): da Murisengo a Ovada passando per l'Astigiano i grandi duelli del tamburello; da Alba a Cuneo attraversando Monastero Bormida o Castelletto Molina, le memorabili sfide del balòn. Tutto vive, adesso, intorno a pochi campioni (il duo per antonomasia del balon, Campagno-Vacchetto per citare qualcuno o il vignalese di Chiusano Samuel Valle o il grazzanese Vittorio Fracchia, nel tambass: atleti che, detto per inciso non hanno, sportivamente, nulla da invidiare ai più celebrati portacolori di altre epoche): ma manca, drammaticamente, il «contorno».
Gli appassionati che si interrogano anche via social sul futuro di questi sport, dopo la fine dell'incubo covid, sono in gran parte almeno over 50-60: tutti «suiveurs» (come si diceva una volta con un termine romanticamente desueto nel ciclismo) che si portano dietro la memoria di un rito collettivo che non esiste più.
Quello di un mondo contadino (inteso come paesi dove intorno all'agricoltura ruotavano mestieri artigiani ora quasi spariti) che produceva da sè tutto il «fabbisogno» naturale per l'agonismo: i giocatori (quelli che emergevano dalla severissima selezione naturale delle piazze) diventavano campioni, affrancandosi spesso da un destino di duro lavoro e i tifosi erano spesso a loro volta praticanti e quindi fini conoscitori del gioco. Così, un po' alla volta, la rivalità di campanile diventava virale, facendo nascere i miti da strapaese. Era un popolo magari non colto, ma preparatissimo anche sullo sport in generale: anche senza Internet o tv, si commentavano allo stesso modo le imprese di Coppi o di Merckx come quelle dei divi del calcio. La strada e la piazza producevano passione: e intorno alle partite e ai giocatori giravano soldi, come quelli delle tanto discusse scommesse.
Ora i più vecchi vivono del ricordo di quel tempo, spesso favoleggiato. E i giovani non hanno, se non in minima parte, quel corredo di memoria (anche «orale») che ha accompagnato e visto crescere generazioni di appassionati. E mentre si discute di formule, campionati, durata delle partite, scuole per avviare i giovani al balòn o al tambass, nessuno sa come riempire quel vuoto causato proprio dalla «sparizione» delle piazze. Era il collante che teneva uniti i paesi. Lì si sono alimentate le rivalità, le leggende, i confronti. Il timore è che balòn e tambass diventino sempre più elemento di pur apprezzabile «folclore». Rischiando di lasciare invece sempre più vuoti gli sferisteri del mito. E del cuore. 

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