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Tambass, non bastano i ricordi si e’ chiusa un’epoca ma c’e’ chi lavora per il rilancio

Beppe Prosio, storica «firma» del tambass, oltrechè apprezzatissimo collaboratore de «La Stampa», ha scritto ieri un pezzo persino struggente, con finale ironico-amaro, sull’attuale situazione del torneo del Monferrato, da qualche anno elevato al rango di campionato italiano. 

Un quadro d’insieme dolente, con una ricostruzione impeccabile del periodo d’oro del tamburello a muro, che si basava, nella sua semplice ma formidabile struttura organizzativa, su quella triade (il portacomarese Guido Ravizza, il grazzanese Adriano Fracchia e il moncalvese Enrico Bacchiella) le cui virtù sono state opportunamente sottolineate. Tutto sacrosanto. Difficile non condividerne ogni singola considerazione. 
Ma - e lo dice chi fa spesso il «bastian contrario», in questo mondo sanguigno e un po’ anarcoide degli sferisteri - occorre anche provare a operare qualche distinguo. Sorvoliamo sul ruolo che fu all’epoca del presidente federale Crosato: che altro poteva fare, in quella situazione rosea, il numero uno della Fipt, se non dare il suo imprimatur (con la presenza alle finali scudetto) ad una manifestazione che «girava» di suo, senza bisogno di supporti particolari?  
E non dimentichiamo che quella (fino agli inizi degli Anni ’90, di sicuro) era la vetrina e il divertimento di una generazione di paesi-contadini. La «ruralità» era il bacino spontaneo che forniva l’abbondante materia prima (i giocatori) alle squadre del «campanile». Lo stesso avveniva negli sferisteri della pallapugno. 
Ora è tutto diverso: i ragazzi «moderni» hanno mille interessi anche sportivi, il tambass (o il balòn) non sono più il cimento quasi obbligato e comunque «primigenio» di un giovane di paese. E poi noi siamo sicuri di conoscere fino in fondo i giovani di oggi? Va anche detto: chi ha raccolto l'eredità dell’amministrazione della «cosa federale» si trova a gestire un vuoto vecchio di anni, fatto anche di errori (certo) ma non solo. È banale dirlo: ma sono cambiati i tempi. Ed è difficile indicare la strada della rinascita. Non è lasciandosì andare solo ai (bei) ricordi che si fa il bene del tamburello (o del tambass). Anche dal nostro punto di vista di cronisti è spesso facile criticare. E i punteggi (siamo d’accordo) non convincono. D’altro canto il nuovo presidente federale, Edoardo Facchetti e il suo staff, stanno cercando di percorrere nuove strade per il rilancio del movimento. Forse è il caso di dare loro anche un po’ di credito (e magari di tempo). Ma se qualcuno avesse una ricetta miracolistica o una sorta di bacchetta magica è pregato di farsi avanti. L’alternativa è quella di lasciar morire tutto il movimento o tentare (anche faticosamente) di rigenerarlo. Noi stiamo con quelli che ci provano. Per una volta «bastian contrari dei bastian contrari».  





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