Diamo a Fulvio quello che è di Fulvio

 
il purosangue grazzanese Fulvio Natta si sta dedicando anima e corpo per portare finalmente lo scudetto del muro a Rocca d'Arazzo
Caro Luigi, approfitto ancora, in pochi giorni, dell’ospitalità sul tuo sempre prezioso sito sferistico, per colmare, se possibile, un (involontario) debito personale nei confronti di Fulvio Natta. Il tecnico del Rocca d’Arazzo, alla fine della partita persa ieri un po’ a sorpresa - ma non troppo - dalla sua squadra sul campo del Portacomaro (partita vinta peraltro con pieno merito dai padroni di casa guidati dal solito straordinario Paolo Baggio e con Matteo Forno nelle vesti di implacabile finalizzatore: comunque bravissimi tutti i biancoverdi del presidente Danilo Goia), con la solita franchezza che lo contraddistingue e al di là dei commenti post gara, ha trovato il tempo per togliersi il classico sassolino dalla scarpa. Nel mirino (dialettico) di Natta, stavolta c’era chi scrive, “reo”, a suo dire di non averlo inserito (Natta appunto), tra i grandissimi del tamburello a muro.
“Citi sempre altri e dimentichi il mio nome: era un po’ che volevo dirtelo ed oggi e’ arrivato il momento” e’ stata di fatto l’accusa al sottoscritto.
Tranciante come e’ nel suo stile. E considerazione, dal suo punto di vista, altrettanto legittima.
Ma, posto che non e’ esattamente così, come gli ho detto con altrettanta franchezza, il fatto che Natta abbia trovato tempo da dedicare a questo sfogo personale, mi dà l'occasione per scusarmi con lui a prescindere. Pubblicamente. Perché Natta, anche se magari non l'ho mai sottolineato con la dovuta incisività e per dare a Fulvio quello che che e’ di Fulvio, e’ stato ed è uno dei più grandi protagonisti di questi 50 anni di tamburello a muro.
Forse, nella sua esuberanza verbale (che non sempre condivido, anche qui a prescindere) dimentica, come in tempi non sospetti, scrivemmo - un po’pirandellianamente - che ci vorrebbero in questo torneo uno-dieci-cento-mille personaggi così. Uno che con la sua personalità e (quando era ancora giocatore) con la sua potenza devastante e le sue giocate imprevedibili poteva e faceva la differenza contro chiunque. Natta ha contribuito a scrivere la storia di questo sport, non solo con le sue tante vittorie, ma e’stato grande anche nelle sconfitte, spesso mal digerite come si addice peraltro ai cavalli di razza.
Lui appartiene a quella stirpe di giocatori antichi che non avrebbero mai voluto mollare un quindici, neanche a costo della vita. Un irriducibile. In campo e fuori. Per questo, anche se non ci onora della sua amicizia, lo apprezziamo e lo stimiamo ancora di più.
Natta e’ un patrimonio del tambass, lo diciamo ancora una volta, per sgombrare il campo (e’ il caso di dirlo) da ogni equivoco. E, non avendo trovato il coraggio di dirglielo oggi, lo scriviamo adesso: perché da tecnico, anche fumantino (a volte troppo: e qui siamo in disaccordo con lui, perché - occorre ribadirlo con altrettanta chiarezza - bisogna a nostro parere stare sempre nei giusti binari del rispetto) Natta e’ atteso adesso da un’ultima sfida, che sarebbe davvero leggendaria, la classica ciliegina sulla torta di una carriera inimitabile: portare lo scudetto del muro a Rocca d’Arazzo, il paese dal tifo più caldo e più passionale che ci sia in questo microcosmo degli sferisteri monferrini. Sarebbe un’impresa unica: trionfare anche lì, dove nessuno c e’ mai riuscito prima. E comunque sia, consentici, caro Fulvio: non serve che un modestissimo cronista ricordi che sei stato un grandissimo. Per te parlano i numeri e…la storia… Che a Rocca puoi ancora riscrivere.

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